L’articolo che ho da poco letto, costituisce a mio parere un importante spunto di riflessione per tutti i cittadini della contemporanea era tecnologica. Riassumendo brevemente, viene discussa la possibile necessità di applicare ai nostri smartphone, la prima legge della robotica di Isaac Asimov. Il noto scrittore fantascientifico sosteneva che in un futuro non troppo lontano la civiltà umana sarebbe stata affiancata dalla presenza di robot, macchine pseudo-intelligenti create al fine di aiutare l’uomo nelle sue mansioni, e costruite sull’assoluto rispetto di tre norme di condotta. La prima regola enuncia:
Un robot non può recare danno a un essere umano, né può permettere che, a causa del suo mancato intervento, un essere umano riceva danno.
Questa legge, assieme alla seconda e la terza, hanno rappresento un solido punto di riferimento nello sviluppo di famosi film di fantascienza, entrati ormai nella storia del cinema.
Starete pensando che non ha molto senso ciò di cui sto scrivendo, dato che non vedete macchine cibernetiche dall’aspetto umano camminare tra voi. Ma se provassimo ad abbandonare ogni stereotipo di ‘robot’ imposto dal cinema, e riducessimo la sua definizione all’osso, non potremmo considerare tutti i dispositivi tecnologici di ultima generazione dei robot? Insomma, non potranno camminare, riparare navicelle, o piegare qualsiasi tipo di tubo, ma in fondo sono una creazione tecnologica dell’uomo pensata per aiutarlo nella vita quotidiana.
E’ proprio da questa idea che scaturisce l’argomento di discussione di Eben Moglen al prossimo ‘Hackers On Planet Earth’ (HOPE) di New York.
Per chi non si fosse stufato di leggere queste divagazioni di filosofia tecnologica del nuovo millennio, provate un attimo a domandarvi se effettivamente il vostro smartphone aiuta più voi, nel vostro vivere quotidiano, oppure chi l’ha prodotto a raccogliere informazioni proprio sul vostro vivere quotidiano. Starete pensando che non è altro che l’ennesima contestazione sull’argomento privacy, ma questa rappresenta pur sempre un nostro diritto, a mio parere paragonabile e strettamente legato alla libertà di espressione e di pensiero, per cui si è tanto lottato nel passato (e ancora oggi).
Quindi, data la mole di informazioni che un singolo smartphone riesce a raccogliere su d’una singola persona (interessi, gusti, posizione geografica…), e dato il boom che questi dispositivi e simili stanno riscontrando nel mercato (+50% delle vendite di smartphone nel 2011), sorge spontaneo porsi qualche domanda sulla necessità di regolamentare l’attività di queste macchine. Certo, non cercheranno di accecarvi col flash, uccidervi a suon di vibrazione, o visualizzare un messaggio con scritto ‘I’ll be back…’, ma di certo non vi stanno nemmeno aiutando a rispettare il vostro anonimato.
Tutto qui, non scriverò altre 300 righe per discutere la faccenda, questo è solo un incipit per stimolare una piccola presenza di coscienza sulla tecnologia che ci circonda, e con la quale viviamo. Non vorremo finire come ha detto Eben Moglen, ad essere noi a servire i robot.
Se tutta questa pappardella non vi ha convinto, o vi ha particolarmente interessato, vi invito comunque (non sto scherzando) a guardare Futurama, stagione 06, puntata 03, ‘Attack of the Killer App’ (credo ormai sia uscita anche in italiano, ma consiglio la versione americana), che nella sua visione assurda ed ovviamente futurista, scherza su d’una società fin troppo attuale.
So che non sarà semplice, ma da oggi riflettete un attimo.

Non avevo mai pensato al fatto che effettivamente anche gli smartphone, computer e aggeggi tecnologici che usiamo possono essere paragonati a robot in quanto ci aiutano nella nostra vita quotidiana.
Non avevo neanche mai riflettuto sul fatto che questi potessero effettivamente “recarci più danno” che aiuto.
Bel post!
A questo punto, da sostenitore del software libero, non posso che far notare che l’unico che rispetta la nostra libertà è il software libero.
Penso non ci sia bisogno di aggiungere altro.
Io sono dell’idea che la tecnologia sia potente o pericolosa a seconda di “chi” ne fa uso, in relazione anche a “quanto” la si usa.
Il consumismo dell’era moderna e l’idea sempre più radicata che “ostentare benessere” voglia dire di conseguenza “stare bene davvero” producono una serie di controindicazioni. L’utilizzo spregiudicato della tecnologia deriva non da una necessità ma dall’idea che ci viene spesso inculcata secondo la quale “se non la usi in dosi massicce non sei nessuno”.
Poi ogni congegno tecnologico è (ancora) opera dell’uomo. Se si è schiavi del proprio personal computer o del proprio smartphone si è innanzi tutto schiavi di chi li ha progettati, costruiti e poi venduti. Non è il “furbofonino” a creare dipendenza, ma la società che lo inventa e ci dice che è fondamentale averne uno.
Sono scettica dinnanzi a teorie futuriste e fantascientifiche. Molti di noi sono ancora capaci di astrarsi e di mettere la tecnologia da parte. Piuttosto che privarsene del tutto e tornare a conciare la pelle con le selci, direi che sarebbe bene regolarne l’utilizzo, lasciando stare di uscire di casa ed aver il telefono che si collega a Twitter per dire “Caio Antonio si trova davanti a casa”.
Aura mediocritas. Finchè staremo nel giusto mezzo non ci sarà bisogno delle leggi fondamentali della robotica. ^^